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alla ricerca della politica perduta
14 marzo 2011
Assenti ingiustificati

Gli ultimi eventi globali (le rivoluzioni nordafricane e il terremoto giapponese) hanno definitivamente relegato l'Italia al ruolo di comparsa internazionale. Sul primo scenario le decisioni a livello europeo vengono prese dal duo Sarkozy-Cameron ai quali, con fatica, si accoda una non sempre allineata Merkel. Davanti alla sciagura nipponica l'unico paese al quale è stata gentilmente declinata l'offerta di aiuto è stato proprio il nostro. Che si parli di Libia o di Giappone, la nostra voce è flebile, da spettatori non paganti. Assenti ingiustificati di fronte alla storia. Scontiamo, in poche ore e a distanza di migliaia di chilometri tra loro, una globale diffidenza. Proprio noi, abituati a essere in prima linea almeno sul piano umanitario, dimenticati come una forza termondiale qualsiasi. Al di fuori di ogni considerazione politica, quanto sta avvenendo è la cartina di tornasole di un approccio superficiale e scanzonato alle grandi tensioni e alle violente emergenze che ogni cittadino di questo pianeta dovrebbe considerare possibili e davanti alle quali agire. Tutti, tranne uno.


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8 marzo 2011
Il dente avvelenato

L'unico dubbio è che avesse prenotato da mesi la visita e, pur non dovendo pagare il ticket per ragioni anagrafiche, abbia ceduto al volere dei medici e si sia sottoposto suo malgrado al non procrastinabile intervento maxillo-facciale. Ma, ironie a parte, l'ennesima fuga dalle responsabilità di governo del premier appare oggi più che mai grave e sorprendente. Siamo nel pieno di una delle crisi regionali più insidiose della storia recente; a pochi chilometri dai nostri confini (ripeto, pochi chilometri) una guerra civile dagli esiti imprevidibili ha spinto gli Usa a inviare portaerei nucleari e aerei Awacs e la Nato - ultimamente molto prudente nell'esporsi dopo le vicende afghane - a minacciare l'uso della forza. L'Italia, ancora una volta sembra assistere a quanto avviene come fosse un reality sul quale esprimersi con il televoto. L'unica preoccupazione di Berlusconi è far sapere che cercherà di riprendersi per essere presente all'epocale consiglio dei ministri di giovedì, tutto incentrato sulla personale riforma della giustizia, l'unico dente (avvelenato) a cui tiene davvero. Dimenticando che non si scelgono quattro ore di anestesia totale per rifarsi il look quando c'è di mezzo la stabilità internazionale sulla soglia di casa. Il Paese assiste quasi anestetizzato a questa ennesima dimostrazione di incoscienza istituzionale, in attesa che la bruciatura di un neo o un nuovo escamotage tricologico evitino a chi ha in mano le sorti del Governo di dimostrare ai partner internazionali di contare qualcosa. Inviare qualche tenda in Tunisia e proporre di pattugliare il mare per evitare che i rifugiati in fuga dalla Libia ricevano aiuto va nella direzione contraria a quella che si chiama leadership. 


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5 marzo 2011
Perché non ho firmato

Martedì prossimo, dunque, verrà srotolato il sacro papiro dell'indignazione popolare, vergato da dieci milioni di scriba. Lo ha voluto il Pd di Bersani per mostrare, rimostrare e dimostrare quanto i sondaggi dicano il falso sulla popolarità del premier. "Obiettivo raggiunto", è stato annunciato a metà settimana e subito gli elenchi online delle firme sono state passati al setaccio della disinformatjia maggioritaria, pronta a spulciare i nomi di fantasia, esaltare i dubbi e ironizzare sul metodo. Che in un mese si riescano a raccogliere dieci milioni di singole firme con l'invito a Silvio Berlusconi per decorose ed eleganti dimissioni appare effettivamente singolare. Che ci siano buontemponi e "deviatori" di professione è inevitabile, ma soprattutto sono in pochi a sostenere che questa iniziativa, al di là della mediatizzazione, abbia un valore politico. Con in più l'effetto boomerang in agguato. Il più grande partito di opposizione conosce bene le regole del gioco perché è abituato a rispettarle, le regole. Per questo non può invocare il supporto popolare per una megamozione di sfiducia dopo aver fallito l'appuntamento del 14 dicembre e aver dimostrato, in successive occasioni, che non tutti i suoi deputati erano presenti in aula. La Costituzione dà grande importanza all'istituto referendario e al voto, libero, individuale e segreto con cui si stabilisce la propria preferenza rappresentativa. A quelle regole vorrei si attenesse un partito realmente democratico e non a pur generose iniziative popolari. Prestare il fianco all'ironia, al sospetto e alla demagogia è un rischio troppo grande, anche per rispetto di chi quelle firme le ha messe in scienza e coscienza. Usare poi con tanta leggerezza le rete per far correre il contatore del dissenso è semplicemente autolesionista. Uno smanettone alle prime armi può generare accessi pluridomiciliati in pochi secondi, come dimostra ogni notte lo stravolgimento delle classifiche di qualsiasi sondaggio online. Anche per questo, ma non solo per questo, io non sono tra quei dieci milioni di italiani. Perché preferisco mettere la mia firma e la mia faccia ogni giorno, sulla rete o tra gli amici e i conoscenti, per dire come la penso, con tutte le conseguenze del caso ma consapevole che un cittadino adulto ha questo diritto e, in questo frangente storico, questo dovere. Invocare la massa è una tendenza sempre pericolosa, anche quando è mossa dalle migliori intenzioni.  

28 febbraio 2011
Un "normale" lunedì

Uno sceneggiatore o un romanziere forse non avrebbero altrettanta fantasia. Accade che, in Italia, la giornata si possa aprire sapendo già che nulla sarà normale. Che i giornali titoleranno per slogan e non per notizie; che il Presidente del Consiglio snobberà un'aula di tribunale dove è atteso per difendersi, preferendo i microfoni tribunizi di due appuntamenti politico-elettorali a poche centinaia di metri di distanza; che il Quirinale verrà considerato pubblicamente una sorta di rompiscatole e che il sangue versato dai nostri militari in Afghanistan sia, ancora una volta, il pretesto per litigare, propagandare e non omaggiare il sacrificio di chi è caduto. Questa è l'Italia nell'anno di grazia 2011, un Paese che non sembra volersi accorgere di quanto avviene dall'altra parte del Mediterraneo, che affonda nella crisi di denaro e di valori, che fa il tifo per l'escalation dell'insulto, che parla solo dei problemi di uno invece che delle emergenze di molti. Questo è un "normale" lunedì italiano. Di un Paese non più "normale".  


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19 febbraio 2011
Ad esempio

Anche la politica dei piccoli passi può diventare quella dei grandi esempi. Filippo Penati è un esponente di punta del Pd, inevitabilmente dimessosi da responsabile della segreteria politica di Pierluigi Bersani dopo la clamorosa dèbacle novembrina delle primarie milanesi che hanno visto prevalere Giuliano Pisapia sul candidato di partito, Stefano Boeri. Scopo del passo indietro, quello di dedicarsi maggiormente all'impegno sul territorio. Tutto bene, dunque? Non proprio. Penati ha scelto di rappresentare il partito semplicemente mantenendo tutte le posizioni già occupate: consigliere regionale (è anche vicepresidente del consiglio stesso) e consigliere provinciale, oltre naturalmente ai vari incarichi de pd a livello locale. E le statistiche, impietose, dimostrano che non si può fare tutto e bene (primarie a parte). Perché in tutto il 2010 Penati è stato presente a 8 sedute su 56 del consiglio provinciale, non certo un record. O forse sì, ma al contrario. Penati potrebbe sostenere che in fondo lui Roma l'ha lasciata e che quelle assenze non si ripeteranno, ma io mi chiedo se proprio non ci siano altri giovani dirigenti o appassionati di politica a cui far spazio almeno per qualche incarico tra i tanti. C'è bisogno di un modo nuovo per tornare alla buona politica, evitando di lasciare spazio alle polemiche e al disamore: formare e delegare, come ogni grande forza riformista deve avere nel suo dna. Insomma, non si fa ripartire la conquista del territorio semplicemente occupandolo, il territorio.

18 febbraio 2011
Futuro in Libertà

Gianfranco Fini urla la sua indignazione e rabbia per il "potere mediatico e finanziario" di Silvio Berlusconi alla base, secondo il presidente della Camera, del ritorno a casa di molti senatori e deputati di Futuro e Libertà. Fini è politico troppo esperto per credere davvero a quello che dice. Dopo sedici anni di convivenza (e potere) insieme al premier non poteva certo pensare che questi lo avrebbe lasciato fare tranquillamente. Ma soprattutto fa finta di dimenticare che ad aver ucciso nella culla Fli non sono state solo le sostanziose promesse di Verdini & Co., quanto la clamorosa assenza di un progetto politico coerente, capace di andare oltre al più volte ribadito terzo polo. Anzi, proprio questa logica "inciuciona" sotto l'insegna dell'antiberlusconismo, ha finito per dare l'alibi a quei "fedelissimi" che - non va dimenticato - erano stati eletti sotto le insegne del Pdl. Perché può anche dare fastidio dirlo, ma se Scilipoti è un traditore, come andavano etichettati i Rosso e i Menardi prima del recentissimo dietrofront? Fini ha avuto a disposizione - come tutta l'opposizione - la tempesta perfetta del 14 dicembre ma ne è rimasto travolto. Da quel momento tutto è precipitato, inclusa la pessima gestione del congresso fondativo di Milano, facilmente ribattezzabile in affondativo. Se, nonostante le accuse giudiziarie, la fissazione del processo, la pessima immagine internazionale e i conti pubblici in subbuglio, Berlusconi torna a essere attrattivo per molti parlamentari finiani significa che media e denaro valgono molto, ma anche che non si è riusciti a creare davvero un'alternativa. E che la classe politica italiana in generale, oggi, continua a mostrare il lato peggiore di sé.

17 febbraio 2011
Nichi chi?

Nichi Vendola è abituato ad attaccare. In modo suadente, enfatico, romanzato. E' efficace nei toni e nei modi, tanto da essere considerato una delle poche "speranze" a sinistra. La stampa di destra non lo ama, ma lo usa sapientemente per bombardare le strategie del centrosinistra, salvo poi ricordargli utilitaristicamente la sua "diversità" (come Sallusti, con la fotoricatto nude look piazzata in prima pagina, ci ha ultimamente ricordato). Anche in questo caso, peò, Nichi ha reagito con bravura ("E' il metodo Boffo"), non cadendo nella trappola, rilanciando subito sui temi politici, con la deflgarante proposta di candidare Rosy Bindi alla guida del Pd, non a caso all'indomani della domenica di mobilitazione femminile. Fin qui tutto normale, tutto previsto, tutto vendoliano. Ma ci sono altri due episodi, delle ultime ore, che il presidente itinerante della Regione Puglia sta sottovalutando, ed entrambe stanno dilagando via web. La prima è la rivolta di blogger e iscritti ai social network verso la proposta di un "governo di scopo" con Fini, rigettata con indignazione da chi non dimentica l'atteggiamento dell'allora vicepremier durante il G8 del 2001. La seconda è lo sferzante giudizio ("bugiardo") che Beppe Grillo appiccica sul suo blog riguardo la mancata promessa di cancellare la privatizzazione dell'acqua in Puglia. Per Nichi, abituato a girare l'Italia per proporre il suo sogno, un semplice giro sulla rete potrebbe essere utile. Per correre ai ripari. 


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16 febbraio 2011
Cinquantanove giorni

Fra meno di due mesi comincerà (forse) il processo a Silvio Berlusconi, il primo basato su ipotesi di reato svolte nell'esercizio delle proprie funzioni. Assisteremo - e i giornali di oggi, in tutto il mondo, ne sono l'antipasto - a un profluvio di polemiche, disinformazioni, verità supposte o rivelate, che bloccherà ulteriormente il dibattito sul difficile futuro del Paese. Che ruolo deve avere, in questo frangente, la politica di opposizione? Quello che, cocciutamente, si ostina a non interpretare. Non serve continuare a demonizzare Berlusconi per questa singola vicenda e a chiederne come un disco rotto le dimissioni per ragioni giudiziarie. Non lo ha mai fatto e non lo farà mai, perché sa di poter contare su due vantaggi: nella muscolarità della contrapposizione partitica e nello strapotere mediatico non ha, purtroppo, rivali. Meglio, magari prendendo esempio dalla lezione regalata a tutti noi dal milione di donne in piazza domenica, lavorare sottotraccia ma con obiettivi chiari, efficaci, precisi. Silvio Berlusconi si era presentato ai suoi elettori, nel 2008, promettendo meno tasse, riforme istituzionali e la soluzione delle emergenze (immigrazione e rifiuti). Li ha falliti tutti, un record di certo non invidiabile. Questo deve essere il canovaccio colloquiale e mediatico di chi propone un'alternativa di governo. Tutto il resto servirà solo ad alimentare la tensione sociale e a caricare quell'appuntamento di aspettative eccessive. Meglio pensare che il 6 aprile è soprattutto il secondo anniversario del terremoto dell'Aquila. Un'altra tragedia che il governo Berlusconi, nonostante la propaganda, non ha saputo risolvere come aveva promesso.  

14 febbraio 2011
Tg1/2

A chiamarlo Tg1 si rischia di essere troppo ottimisti. E' un Tg1/2, dimezzato nelle notizie e nell'audience, soprattutto nell'edizione - la più importante - delle 20. Il direttore Augusto Minzolini evidentemente non ritiene importanti i dati di ascolto, con buona pace della Sipra, la concessionaria (pubblica) della pubblicità, costretta ormai a raccattare gli avanzi che Publitalia (ma toh, di Berlusconi) lascia ai competitors. Ieri l'ultimo schiaffo, il sorpasso appunto da parte del Tg5, che pure non brilla per trasparenza. Ma l'arroganza della scaletta proposta dal canale di Stato è davvero imbarazzante, al punto da minimizzare gli eventi scomodi, esaltare la parata di voci amiche e innaffiare il tutto con dosi abbandonti di lexotan rubrichistico (meteo, gossip, cucina, natura, viaggi). La protezione del direttore generale sui rimborsi spese bacchettati dalla Corte dei Conti ha dato evidentemente nuovo vigore al direttore, pronto ad inventarsi chissà cosa per raccontare un'Italia che non c'è. Insieme al minacciato atto di indirizzo sui programmi di approfondimento, la tv di Stato si avvicina sempre più a un artificio propagandistico che solo la Rete, per fortuna, può arginare. Come si è visto ieri e come - speriamo - si vedrà sempre di più in futuro.


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13 febbraio 2011
Radical choc

La fedeltà alla causa spinge a volte a gesti estremi. Il ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Maria Stella Gelmini, si è prodotta - in sole 48 ore - in due acrobatiche lezioni di diversificazione dalla realtà meritevoli sicuramente di un bel voto nella pagella governativa, ma di bocciatura certa agli scrutini del buon senso. Venerdì, a proposito delle polemiche sui festeggiamenti per l'Unità d'Italia, ha dichiarato che "Lavorare è un atto d'amore". Non una parola sugli eventuali programmi didattici previsti per la giornata del 17 marzo, non un doveroso cenno di assenso alla richiesta del Capo dello Stato di celebrare degnamente e in unità questa storica giornata. Oggi, di fronte al successo evidente della manifestazione indetta per la dignità delle donne, ha bollato la stessa - con tanto di carta intestata del Ministero - come "minoritaria, con fini politici e di poche radical chic". La facile e scontata battuta sulla difficoltà di far di conto del ministro dell'Istruzione non deve mettere in secondo piano, la gravità di una dichiarazione che tende a ridicolizzare una composta e diffusa giornata di mobilitazione e riflessione. Primo compito di un politico, per di più se ricopre un incarico istituzionale, è quello di cercare il confronto e il dialogo per far emergere il bene comune.  Valori che, nonostante questi sgarbati anatemi, hanno serenamente riempito oggi le trecento piazze di "Se non ora quando", dove le donne, con tanti uomini e le loro famiglie, si sono ritrovate senza bandiere politiche, ma sventolando solo il vessillo della dignità.


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13 febbraio 2011
Il ministro dell'offesa

La capacità di insulto, maleducazione e protervia di Ignazio La Russa è difficilmente superabile. L'ultimo episodio in ordine di tempo è il "chiedilo a tua sorella", condito da pedate scalcianti a mo' di mulo infastidito, consegnati, davanti alle telecamere, a un giornalista di Anno Zero. Il ministro dell'offesa, pardon, della difesa, ha una considerazione del suo ruolo istituzionale certamente diversa rispetto a quella del suo predecessore, Arturo Parisi. Le nostre forze armate sono impegnate sui fronti più delicati del mondo, ma lui è più interessato a saltellare tra uno studio televisivo e una platea pilatesca piuttosto che a rappresentare tutti noi (a volte i ministri si dimenticano questo piccolo particolare) e soprattutto i loro uffici. Non è con due calci nevrotici e la voce tonante che si lavora per l'Italia. Di questo ministro ricorderemo le comparsate in discoteca, le imitazioni di Fiorello, le lezioni politiche alle aspiranti europarlamentari pidielline, le gag televisive e, da ieri, i calci con bugia ("cosa fa, mi dà le pedate?") come si faceva alle elementari davanti alla maestra che minacciava la punizione dietro alla lavagna. Un po' poco per passare alla storia.


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12 febbraio 2011
Achtung

Le dure parole di Luis Durnwalder, storico presidente della provincia di Bolzano, sulla festa nazionale del 17 marzo ("Non parteciperemo alle celebrazioni per l'Unità italiana") hanno stupito molti,  partire dal capo dello Stato che ha reagito seccamente, Ma il leader della Svp ha ribadito la sua scelta a Napolitano, riparandosi dietro la considerazione che anche la Lega sostiene la stessa scelta. La politica in Italia sta veramente cambiando. Per decenni il partito della stella alpina si è barcamenato con abilità nel sostenere i governi del momento, pronto a cogliere opportunità e vantaggi dal voto dei parlamentari eletti in sudtirolo. Così è stato anche nelle scorse settimane, quando il voto di fiducia a Berlusconi è stato barattato con l'eliminazione di fondi per i monumenti "italiani" in provincia e l'autogestione del Parco dello Stelvio. Adesso, con questo nuovo strappo, Durnwalder alza ulteriormente la posta. Un comportamento tanto stupefacente quanto inaccettabile. Le condizioni di privilegio riservate all'Alto Adige sono notorie e non basta giustificarle con la buona gestione dei finanziamenti autonomi. Abbiamo già abbastanza problemi per sommare ad essi anche l'arroganza di Durnwalder. E la voce di Napolitano non deve rimanere isolata.

11 febbraio 2011
Il consigliori

Che Giuliano Ferrara sia un abilissimo stratega mediatico è notorio. Così come che sappia bilanciare il ricorso alla piazza (israele, Usa, prolife, ecc) con la suadente ferocia dei messaggi trasversali attraverso quel Foglio non più governato dalla "traditrice" Veronica Lario. Aggiungiamo un pizzico di minaccia populista, una spruzzata di protagonismo e abbiamo, sheckerato e originale, il cocktail che Berlusconi è tornato a bere in queste ultime settimane. La clamorosa sberla teocon affibbiatagli alle ultime elezioni è già dimenticata e adesso, fatto vestire il cilicio del "peccatore" a Silvio (ne totale e imbarazzante silenzio d'oltretevere, meta quotidiana dei pellegrinaggi diplomatici dello stesso Ferrara, eccolo capace di scudisciare Tremonti, rilanciare il cavaliere, ipotizzare golpisti e spioni con tanto di opportuna programmazione televisiva. E in tv è tornato ieri sera, al Tg1 di Augusto schienadritta Minzolini, con sei minuti sei di diretta, una esposizione che perfino Chavez avrebbe trovato lievemente eccessiva. Dalle sue labbra sono uscite, inequivocabili, le parole che Berlusconi ripeterà da oggi in avanti per coprire il congresso finiano, la manifestazione delle donne e le prossime mosse dei giudici. La pancia del Paese ha ingoiato il burroso cocktail di Ferrara. Bisogna vedere se le dosi industriali pronte in dispensa possono portare a qualche salutare rigurgito.


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10 febbraio 2011
Comportamenti

Il deputato repubblicano Christopher Lee si è dimesso ieri sera dal Congresso americano dopo che il sito di gossip www.gawker.com aveva pubblicato una sua foto a torso nudo che l'uomo, sposato e con prole, si era scattato e inviato al sito di annunci personali Craigslist, mentendo anche sulla sua reale età. Al di là della vicenda (il politico, eletto a New York, è stato incastrato da una donna che lo ha riconosciuto dopo averlo contattato), colpisce la rapidità con cui Lee ha preso atto che la sua carriera era finita. Dopo sole tre ore dalla pubblicazione della vicenda, ha diffuso una nota nella quale esprime il suo "profondo dispiacere per il dolore che ho provocato alla mia famiglia, al mio staff e ai miei elettori. Le sfide che dobbiamo affrontare a New York e in tutto il paese sono troppo serie perché questo incidente prosegua, e quindi annuncio di essermi dimesso dalla mia carica al Congresso con effetto immediato". Serve aggiungere qualcosa, mr. Berlusconi?

 


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9 febbraio 2011
Diciassette

Non è certo considerato un numero fortunato, il 17. E neppure questa volta, cabala a parte, la scelta numerica per celebrare l'Unità d'Italia sembra unire gli italiani. O meglio, se la notizia del 17 marzo festa nazionale (con tanto di "ponte" vacanziero annesso) ha suscitato consenso tra i cittadini, i cosiddetti "poteri" del Paese, economici e politici, non hanno perso occasione di dire la loro in nome e per conto di un ruolo che molte volte travalica il suo reale significato. Ha cominciato Emma Marcegaglia lamentando la perdita di produttività, le si è accodato il presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder ("non festeggiamo l'Italia"), sono infine balzati sul tema con la consueta levità Roberto Calderoli e Umberto Bossi ("meglio lavorare"). Che tutte le iniziative, perfino le più alte, debbano diventare occasione di polemica è francamente disgustoso, specie per l'immagine che diamo dell'Italia all'estero e dell'insegnamento che le nuove generazioni possono trarre dalla coeenza con cui personaggi istituzionali parlano delle stesse istituzioni. Insomma, neppure una Festa nazionale, da celebrare ogni 150 anni, riesce a unire il Paese. Meglio non giocarlo al lotto, questo numero.


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8 febbraio 2011
Le paure della Lega

Dietro alle muscolari esibizioni televisive e territoriali, all'interno della Lega crescono i motivi di preoccupazione. Il percorso di approvazione dei decreti attuativi del federalismo (che altro non è, ricordiamolo sempre, che un insieme di leggi riguardanti l'autonomia finanziaria degli enti locali) si prospetta lungo e tormentato, aggravato dalla composizione non più granitica delle commissioni parlamentari. In più bisogna tenere conto che i cosiddetti "responsabili", accorsi con grande e "disinteressata" solerzia a sostenere Berlusconi, sono quasi interamente meridionali e non proprio motivati a sostenere alla morte (o comunque non gratis) provvedimenti che penalizzano fortemente il sud. A tutto questo si aggiunge la paralisi nei sondaggi, dovuta anche all'eccessiva tolleranza mostrata nei confronti dei libertinaggi presidenziali e la battaglia interna tra i luogotenenti (Maroni e Calderoli), quotidianamente impegnati - con stili ben diversi - a mettersi in mostra davanti a Bossi e senza mai dimenticare l'"amico" Tremonti. Per una forza "movimentista", questo stallo può rappresentare un micidiale ostacolo. La Lega lo sa e per questo tratta anche con l'opposizione, ma non più da quella posizione di forza che aveva fino a poche settimane fa. Ed è anche per questo che nei prossimi giorni assisteremo a un'escalation comunicativa fatta di minacce, ultimatum ed aut aut che nascondono, appunto, la paura di perdere il consenso di un elettorato tanto conservatore quanto concreto.


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7 febbraio 2011
Repetita iuvant

Una forza di opposizione, per meglio creare consenso attorno al proprio progetto alternativo, non deve mai dimenticare di incalzare l'avversario sulle sue promesse non realizzate e sulle reiterate mancanze gestionali. In politica, e nella politica italiana attuale in specialmodo, è certo difficile far passare messaggi di questo tenore, ma di sicuro si facilita il gioco della maggioranza se lo si fa a singhiozzo. Due piccoli esempi di come il governo Berlusconi semplicemente non mantiene quanto garantito (e addirittura rivendicato), riguardano i rifiuti napoletani e la pressione fiscale. Stando alle dichiarazioni del premier l'emergenza partenopea è già stata "risolta a tempo di record" e "affrontata con successo", Alla nuova invasione di spazzatura per le strade della città e non solo, ecco la nuova raffica di assicurazioni: "Questione di giorni", "tutto sotto controllo", ecc. Ovviamente, nulla di tutto questo è vero. E veniamo alle tasse: il fatto che questo esecutivo sta facendo pagare agli italiani (dati Bankitalia, Ocse, Istat e Cgia) più tasse e imposte di quanto mai sia accaduto, è durato sulle pagine dei giornali lo spazio di un mattino, salvo poi sentirsi rinfacciare che "a sinistra pensano solo a tassare il ceto medio con la patrimoniale". La lezione che si trae da queste due "case history" è perfino banale. Si scelgano due, massimo tre punti deboli dell'avversario e del paese e si continui ad incalzare su questi in ogni sede. "Scusi, cosa pensa delle serate del premier?". "Preferisco che ci spiegasse perché non si è ancora risolto il caso rifiuti a Napoli", oppure "Credo che agli italiani interessi di più capire perché questo governo li costringe a tasse mai così alte". Un fuoco di fila incrociato, tenace, insistito, può far molto anche nelle obiettive difficoltà mediatiche odierne. Mi rendo conto che è molto più divertente poter discettare di argomenti svariati e personalizzati, ma è solo così che si torna a parlare di politica. La Lega in questo è maestra. Nessuno dei suoi esponenti termina un discorso senza citare la frase: "A noi e alla gente interessa il federalismo".  Non è questione di copiare, ma semplicemente di meditare. 


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6 febbraio 2011
Tra la Fiera di Roma e il Palasharp

L'assemblea nazionale del Pd da una parte, la "chiamata" di Libertà e Giustizia dall'altra hanno caratterizzato il sabato politico visto dal lato dell'opposizione. Diverse erano le ragioni del doppio appuntamento, con i democratici a ratificare il lavoro dirigenziale sui vari temi in agenda per la proposta di governo e gli intellettuali disorganici di sinistra pronti ad applaudire Zagrebelsky, Scalfaro, Eco, ma, soprattutto, Roberto Saviano. In entrambi i casi, e manifestamente a Milano, l'obbiettivo era comunque inchiodare Silvio Berlusconi alla propria inadeguatezza istituzionale e "invitarlo" a dimettersi. Il fatto che il premier, a eventi chiusi, abbia avuto parole solo per quello del Palasharp è significativo. Ha chiesto espressamente al suo pubblico in ascolto (gli audiomessaggi sono ormai una triste costante della sua strategia comunicativa) di "non credere a Saviano". Cosa significhi questo è molto chiaro. Non spaventa un partito strutturato, che pure ha il ruolo costituzionale e politico per esserne controparte, ma il populismo dell'anima, capace di emozionare, convincere e aggregare una massa stanca dei riti bizantini delle segreterie politiche. Per questo Berlusconi teme Vendola, per questo è terrorizzato da Saviano. Sapendo bene cosa significhi riempire di parole l'universo delle speranze, ha tutto da perdere nel vede crescere consenso intorno a figure muove della politica. Perché, e Saviano lo sa bene, è questa la politica del terzo millennio.


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4 febbraio 2011
Il "prode" Augusto

Il Tg1 è quotidianamente oggetto di polemiche e accuse. L'ultima in ordine di tempo è quella relativa all'intervista (si fa per dire), fatta l'altra sera al premier sulle politiche di governo. Che questa direzione si caratterizzi per la delicatezza nei confronti della maggioranza e l'ovatta verso tutto ciò che non ne fa parte è cosa nota, ma purtroppo per Minzolini gli ascolti non premiano cotanta dedizione. Che, come avvenuto oggi, si cerchi di far passare questo metodo giornalistico come un semplice adeguarsi ad un andazzo consolidato, va però al di là della strategia mediatica e sconfina nella presa in giro dell'utente. Aver mandato in onda, senza rendere comprensibile l'ascolto di domande e risposte, una intervista a Romano Prodi realizzata durante gli anni del suo ultimo incarico di governo in modo da giustificare che così fan tutti è semplicemente disonesto anche perché, avendovi assistito, toni, dialoghi e contenuti di quelle interviste erano ben diversi. Se si vogliono imporre paragoni con il Governo Prodi li si facciano sulle politiche economiche, le relazioni internazionali, il contenimento delle spese e il decoro istituzionale. Magari con un bell'editoriale del prode Augusto.   


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2 febbraio 2011
Dagli amici mi guardi iddio

Maurizio Crozza ha molte qualità per essermi simpatico. E' bravissimo, genovese e sampdoriano. E' notoriamente vicino al centrosinistra, tanto da salire sul palco di manifestazioni e campagne elettorali a sostegno dell'Ulivo, dell'Unione e del Pd. Eppure - e questo, sia chiaro, è un merito professionale -, non ha pietà nell'evidenziare tic e debolezze dei leader di questo schieramento. Come si è visto anche ieri sera a Ballarò, le sue battute strappano più di un sorriso a Pierluigi Bersani, così come in passato era accaduto a Walter Veltroni. Perché effettivamente Crozza ne sa cogliere e interpretare al meglio gli atteggiamenti più umani e comunicativi. A una lettura più attenta, però, si vede come lo stesso Crozza sia più "benevolo", da un punto di vista imitativo, nei confronti degli esponenti del centrodestra o dei terzisti, ai quali non risparmia certo rasoiate, ma senza mai eccedere nel "noschesismo". Veltroni sa bene quanto gli sia costata, in termini politici ed elettorali, il refrain del "ma anche" o del "serenamente, pacatamente". Alla lunga Bersani rischia lo stesso effetto smitizzante a causa del battutismo metaforico e interpretativo di Crozza ("asciugare gli scogli", "pettinare le bambole" ecc.) Paradossalmente, in questo mondo mediaticamente rovesciato, la semplicità diventa occasione di scherno. E se un "amico" lo coglie, lo fa notare con maggiore efficacia, magari per simpatia. Ma con effetti deleteri sul grande pubblico.


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1 febbraio 2011
E Bersani rispose

 La "trappolettera" di Silvio Berlusconi (difficile definirla diversamente, alla luce delle furibonde dichiarazioni rese ieri sera dal premier dopo gli inevitabili dinieghi delle opposizioni) non poteva non avere replica da parte del segretario del Pd che, a stretto giro di posta, risponde al Corriere con toni opportunamente garbati, ma sottolineature impietose, alla proposta di un "piano per la crescita" lanciata dal premier. Al di là del valore politico delle righe di Bersani (che non è certo secondario), è interessante soffermarsi sulle differenze di linguaggio. Sia il Premier che il suo maggiore antagonista parlano rivolti al futuro del Paese. Ma mentre il primo lo fa in termini assolutamente individuali, il secondo evoca uno scenario collettivo dove le decisioni sono comuni e non private. Alle piccole ingenuità di racconto (mai scrivere che si sta lavorando da un anno a un progetto, con i tempi famelici della politica mediatizzata) fa riscontro una sincera preoccupazione per lo stato delle cose e una orgogliosa difesa delle iniziative riformiste in tema di liberalizzazione del mercato. E' una buona lettera, che nelle prossime ore verrà martellata dalle falangi del premier, come da copione. Ma è soprattutto una lettera che mette nelle mani del Capo dello Stato una opzione in più e in quelle di Bersani la leadership del centrosinistra e non solo.


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31 gennaio 2011
Caro nemico ti scrivo

Non deve essere stato facile, per Silvio Berlusconi, mettere la firma sotto una lettera che sancisce il fallimento del "ghe pensi mi" con il quale, da 18 anni, illude l'Italia che un uomo solo possa governare un Paese tanto sfaccettato e con altrettanti problemi. Fra poche ore comincerà il balletto delle dichiarazioni, delle aperture/chiusure, dei distinguo ben orchestrati. Nel frattempo, emerge chiara la difficoltà di un politico che non perde la presunzione istituzionale ("sono preoccupato come e più di Napolitano"), ma offre all'opposizione una patente di credibilità e rappresentatività fino ad oggi rifiutate se non addirittura insultate. La lettura dei sondaggi ha indubbiamente influito sulla decisione di prendere carta e penna e provare a rilanciare in là la palla per scongiurare il voto. Dopo la rinuncia alla manifestazione di piazza del 13 febbraio e l'annuncio della distribuzione di prebende ai cosiddetti "responsabili" con l'allargamento del Governo a spese del contribuente, questo è forse il momento più delicato per il premier. Mettere nero su bianco che non può andare avanti con videomessaggi e minacce è umiliante per un premier che si ritrova pubblicamente a chiedere aiuto.


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30 gennaio 2011
Lo slalomista

Il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, è un maestro di sci. Una passione antica che lo porta spesso a fissare in agenda imperdibili appuntamenti tra i paletti anche quando i doveri d'ufficio suggerirebbero un profilo pubblico più istituzionale. E' il caso della crisi egiziana, Paese con il quale l'Italia ha rapporti commerciali (6 mld di euro) secondi solo a quelli degli Stati Uniti e realtà cardine del delicato scacchiere mediorientale e mediterraneo. Ebbene, Frattini non ha rinunciato a un appuntamento turistico-sportivo in quel di Sestola proprio nel giorno in cui Cameron, Merkel e Sarkozy lanciavano da Davos un duro monito a Hosni Mubarak. Frattini ha glissato, con parole di circostanza, ignorando forse che nelle stesse ore Barack Obama apriva diplomaticamente a un nuovo governo, abbandonando l'anziano raìs al suo destino. E cosa ti combina Frattini, non contento del restare ancora in baita? Lascia che sulla sua pagina pubblica di Facebook continui a campeggiare una a dir poco imbarazzante dichiarazione: "Speriamo che il presidente Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e con lungimiranza". Questo è Franco Frattini, il ministro-slalomista.


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29 gennaio 2011
Contraddittorio

Per un uomo che ha basato buona parte della propria fortuna imprenditoriale e politica sulla comunicazione, essere asserragliato in una strategia composta da soliloqui e messaggi unidirezionali è qualcosa di più di un ossimoro. O, se vogliamo usare un gioco di parole, è contraddittorio sfuggire al contraddittorio. Quella del presidente del consiglio è la prima ammissione, ovviamente celata dietro l'effetto flou della rappresentanza istituzionale, della solitudine nella quale vive ormai da tempo, nonostante si circondi di effimere e numerose compagnie. Che Silvio Berlusconi sappia usare bene i mezzi a sua disposizione (che non sono pochi), è notorio. Che lo faccia però con un refrain e uno schema francamente prevedibili è un po' più sorprendente. E colpisce ancora di più che si perdano, da parte delle opposizioni, occasioni politicamente propizie e istituzionalmente doverose, come i fatti nordafricani o i moniti di Davos, per stigmatizzare il comportamento sempre più individualistico del premier, quotidianamente impegnato a parlare al singolare e non più in nome della collettività. Stanno accadendo fatti, dentro e vicino al nostro Paese, verso i quali un Governo ha il dovere di agire e confrontarsi, per rispetto della sua storia e del suo nome, non chiudersi in un bunker. Questo è il vero scandalo, oggi.


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26 gennaio 2011
Tu chiamale, se vuoi, mozioni

La doppia mozione di sfiducia nei confronti del ministro dei Beni Culturali si appresta (è questione di ore) ad essere rigettata due volte. Le polemiche sulla calendarizzazione del voto e l'assenza di numerosi deputati dell'opposizione rappresentano sicuramente validi motivi per giustificare tecnicamente ciò che sta per accadere. Molto meno lo è sul piano comunicativo, visto che da oltre due mesi si chiede a Bondi di rassegnare il mandato, accusandolo di non aver saputo gestire i fondi per lo spettacolo, di essersi fatto imporre da Tremonti tagli inaccettabili per un Paese che di cultura può e deve vivere e, non ultimo, per la poca tempestività nell'affrontare emergenze come quella di Pompei. La rassegna di stampa contro il ministro-poeta è alta metri, eppure domani verrà cancellata da una "doppietta" di no che sarà letta dall'opinione pubblica (dopo il voto del 14 dicembre e il mancato "azzoppamento" di Calderoli) come la manifesta incapacità di portare a termine una qualsiasi operazione politica. Si tratta di un autogol davvero sonoro, capace di ricacciare indietro di mesi la strategia di logoramento politico del governo e lasciando che questo possa avvenire solo per via giudiziaria. Che si sarebbe votato a fine gennaio era notorio, che la maggioranza avrebbe escogitato qualche alchimia (peraltro legittima) c'era da aspettarselo. Tutte le assenze di oggi sono realmente giustificate? Ma, soprattutto, chi e come lo spiega agli elettori delle forze (si fa per dire) di opposizione?


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25 gennaio 2011
Urla il telefono

La strategia mediatica di Silvio Berlusconi e della sua claque nelle ultime settimane ha avuto, se così si può dire, un salto di qualità. Le veementi telefonate in diretta ai (pochi) programmi sgraditi si sommano alle uscite teatrali di scena delle donne di partito, agli audio-videomessaggi "protetti" e senza contraddittorio, alla militarizzazione sempre più attenta di testate e voci amiche. Ovviamente non vengono trascurati i programmi radiofonici, le community e le chat, dove fedeli osservanti del credo di Arcore intervengono, postano, dibattono. Non mancano poi le lettere ai giornali di provincia e i manifesti per le strade della capitale, in un perfetto stile di federalismo pretoriano. Se a tutto ciò aggiungiamo la sapiente regìa con cui vengono calibrati i palinsesti televisivi, specie nelle fasce "sensibili" della mattinata e del pomeriggio, abbiamo di fronte nel suo complesso la cura certosina con cui Berlusconi ha deciso di affrontare questa delicatissima prova di consenso/sfiducia. Sorprende, nondimeno, che le opposizioni propongano in alternativa un confuso sommarsi di voci distoniche e non coordinate, quasi pensassero che dall'altra parte si è realmente in affanno. Non bastano le pagine dei fans su facebook per avvertire il Paese della deriva verso cui si sta andando, ci vuole un'organizzazione comunicativa altrettanto metodica.


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24 gennaio 2011
Prima le Primarie

Se quasi 75mila cittadini, tra Napoli e Bologna, hanno deciso di mettersi in fila in una domenica di gennaio per scegliere chi, nel centrosinistra, debba correre per la carica di sindaco, significa che la democrazia partecipata è molto più che un obiettivo. A chi critica lo strumento, i meccanismi e perfino le sue regole non parrà vero aggrapparsi ale accuse di brogli che arrivano da Napoli. Altri, nello sbeffeggiare Vendola che questa volta non ha visto i propri candidati vincere, si divertiranno parecchio. Ma anche questo fa parte del gioco e dimostra, ancora una volta, la differenza tra le nomination del centrodestra e i tentativi di ristabilire un po' di scelta autonoma nel centrosinistra. E' una grande occasione per Bersani e per chi crede nella spinta riformista del Pd. Le Primarie non vanno considerate un peso, né un rischio, ma semmai una opportunità. Ci sono da rivedere alcune regole, isolare le furbizie e premiare ulteriormente la partecipazione. Ma è, comunque e dovunque, una boccata d'aria democratica.  


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23 gennaio 2011
L'endorsement di Scalfari

L'editoriale domenicale di Eugenio Scalfari è un appuntamento fisso per chi si occupa di politica. Questa mattina molti devono aver sobbalzato leggendo su un giornale come Repubblica, che dedica spesso molto spazio alle tesi dalemiane, una sorta di peana pubblico a favore di Walter Veltroni, all'indomani del nuovo discorso del Lingotto. Barbapapà ha in pratica affidato il destino dell'opposizione italica al kennediano di ritorno, chiedendo a Bersani di collaborare e lodando il carisma evocativo dell'ex sindaco di Roma. Il quale, disegnando l'Italia che verrà, ha indicato in un'Agenda 2020 il cardine della nuova dimensione del Paese. Ora, con tutto il rispetto per Scalfari e Uolter, io nove anni così non li vorrei ancora passare. Se devo raccogliere dieci milioni di firme antiberlusconiane per sentirmi replicare "tanto gli altri 30 milioni che votano non hanno firmato", o immagino di traghettare il Paese fuori dalla palude collaborando con coloro che per 15 anni hanno sparso liquami su ogni proposta riformatrice e di equità sociale, beh, allora ho l'impressione che il sogno resterà tale. Ad esempio, nessuno ha chiesto conto a Pierferdinando Casini del fato che la maggiorparte dei reati contestati a Salvatore Cuffaro e che gli sono costati il carcere per mafia sono avvenuti quando indossava la casacca dell'Udc, e non certo come comprimario. Siamo così certi che la real politik non meriti, ogni tanto, di essere passata al setaccio della moralità e della coerenza?


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21 gennaio 2011
Omaggio a un vero servitore dello Stato

Enrico Micheli se ne è andato con la sobrietà e lo stile di sempre. La sua vita, rigorosa come le sue idee, è stata sempre imperniata sul rispetto delle istituzioni e il servizio alla comunità. L'ho conosciuto troppo tardi per condividere i tanti impegni della sua vita, l'Iri, il Parlamento, le prime due esperienze di Governo, ma sono stato privilegiato dal poterne quotidianamente apprezzare per due anni la severa dolcezza con cui affrontava anche i dossier più delicati da sottosegretario con la delega ai servizi di informazione e la passione autentica che lo portava a scrivere romanzi e saggi di rara profondità. Amava i dettagli, ma non trascurava di guardare sempre lontano, anche in politica. Sapeva mediare, ma senza compromessi, sapeva scegliere senza tentennare, sapeva servire lo Stato come pochi e anche questo è un esempio per molti, oggi. La riservatezza era il suo mantra e soppesava le parole prima di esprimere un giudizio, sempre centrato. Mi ha raccontato belle cose e confidato amare sensazioni. Mi ha fatto crescere e di questo gli sarò sempre grato. Difficile dire altro, in questi momenti. Semplicemente era un gentiluomo.


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19 gennaio 2011
Emilio senza Fede

Emilio Fede è qualcosa di più di un simbolo dell'Italia da succhiare (la Milano da bere ormai è un ricordo). Già quando lo chiamavano Sciupone l'Africano per le sue leggendarie note spese in Rai si capiva che la sua carriera non si sarebbe basata solo sull'aver impalmato la figlia dell'allora dirigente numero uno della tv di Stato. Cantore del successo berlusconiano al punto da celebrarne le gesta anche come comico, è entrato talmente nel personaggio da Bagaglino da condividere - con Lele Mora - i duetti di Bombolo e Cannavale (e Alvaro Vitali ci scusi). Eppure, nonostante tutto, va ancora in onda ogni sera e minaccia chissà quali sfracelli contro giudici e malpensanti. L'Ordine dei Giornalisti non ha da dire alcunché? Basta il telecomando per zittire un signore che promette ogni sera fdeltà (nomen omen) nelle notizie e a telecamere spente trama per lucrare sui prestiti del proprio mecenate? Altro che sul satellite... 


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